Become A Donor

Become A Donor
Lorem Ipsum is simply dummy text of the printing and typesetting industry.

Contact Info

684 West College St. Sun City, United States America, 064781.

(+55) 654 - 545 - 1235

info@zegen.com

La processione

La processione del Venerdi Santo

Sin dalle prime ore del mattino del Venerdì Santo, nella chiesa Maria SS. del Soccorso detta comunemente del “Carmine”, fervono i preparativi per la processione serale.

All’interno della chiesa viene sistemata l’antica croce che nel 1904 si spezzò durante la processione e sulla quale verrà posto nel pomeriggio il Crocifisso, subito dopo la deposizione dalla cappella.

Il Crocifisso custodito nella chiesa è contemporaneo alla costruzione della chiesa ed è opera in legno di sorbo di uno scultore della famiglia Matinati di Messina.

Non è facile descrivere a coloro che non vi hanno mai partecipato, i momenti più importanti, i sentimenti, le emozioni che si vivono durante la processione.

La devozione al Crocifisso è strettamente legata alla chiesa di Maria SS. del Soccorso dove ha la propria sede la Confraternita omonima.

Alle ore 15.00 (l’ora nona dei vangeli), in un silenzio surreale, in una chiesa gremita di fedeli partecipi, i Confrati depongono il Crocifisso prelevandolo dalla cappella e il silenzio è rotto dall’invocazione dei confrati: “Pietà e Misericordia Signuri”.

Fra la commozione generale il miracoloso Crocifisso viene posto alla venerazione dei fedeli.

Inizia l’omaggio del popolo pietrino che dura tutto il pomeriggio. I fedeli sfilano davanti al Cristo portando a benedire, secondo l’antica tradizione, un nastro di colore rosso, simbolo della Passione di Gesù Cristo, della misura del corpo del Crocifisso, sul quale viene misurato, da cui deriva, appunto, il nome di misuredda (piccola misura). La “misuredda” viene legata ad un braccio in segno di protezione e viene successivamente conservata dai fedeli.

La Croce è costituita da una trave di legno di cipresso di circa nove metri di altezza che viene innestata su una base cubitale in legno di rovere detta “vara”.

Alle ore 18.00 i Confrati iniziano il montaggio del fercolo, portando fuori dalla chiesa la Croce che viene immediatamente montata nella vara e posizionata nel preciso posto in cui avverrà l’alzata.

L’ attuale vara è stata realizzata nel 1989 dal falegname pietrino Salvatore Vitale, in sostituzione della precedente, dopo la rottura avvenuta nello stesso anno.

Il cerchio in ferro viene montato nella parte alta della Croce ed inizia da questo momento la legatura delle fasce che si protrae fino alle ore 20.00.

Le numerose fasce che cominciano ad essere annodate sono strisce di lino bianco della lunghezza di circa 32 metri e della larghezza di circa 40 centimetri, che vengono allacciate alla Croce a metà della loro misura totale, producendo il raddoppiamento del numero reale delle stesse.

Vengono, in ultimo, montati i raggi ed infine “lu munnu” un globo di legno e vetri colorati, simbolo dell’universalità del Cristo.

Il pellegrinaggio dei fedeli, che per tutto il pomeriggio ha scandito il passare del tempo, ha termine poco prima che il Crocefisso venga portato fuori dalla chiesa.

I confrati disposti a catena dentro la chiesa del Carmine perpetuando l’antico rito del “passamanu”, con sincronico e commovente passaggio da una mano all’altra, permettono al Crocifisso di giungere all’esterno, mentre invocano “Pietà e Misericordia Signuri”.

Sulla Croce, pronta per essere innalzata, il Crocifisso viene posto dal Governatore.

Ai piedi del Crocifisso vengono posti dei fiori che ogni anno arrivano da parte di anonimi fedeli.

Prima dell’alzata viene portata fuori dalla chiesa la forcella, un’asta in legno e ferro che dovrebbe sostenere l’alzata, ma che ha in effetti il solo significato simbolico di avvertire che tutto è pronto per dare inizio alla processione.

L’ attenzione degli astanti si pone sul Confrate guida, in attesa del segnale che tutti attendono.

Con lo sguardo volto ad accertarsi che le fasce siano state sistemate in modo equilibrato e che ognuno sia al posto giusto, il Confrate batte tre colpi sulla “vara” e in un guizzo di luce bianca la Croce è posta in posizione verticale pronta per iniziare la processione.

Appena alzato, il fercolo si erge in tutta la sua maestosità.

Nel momento in cui viene alzato, il fercolo diviene un complesso vivente, attivo, non composto da materia inerte, ma bensì da persone che, unite nel trasporto del Cristo in croce, si fondono fino a creare un corpo unico.

La vara di “lu Signuri di li fasci”, ha nella sua mole, una caratteristica peculiare: è soggetta ad una continua metamorfosi.

E’ per questo che in alcuni tratti si allarga in tutta la sua grandezza, in altri si restringe ed a volte si allunga, si piega, fino a dare lo spettacolo del complesso della vara costretto ad assumere una forma oblunga che esplode improvvisamente non appena ritrova lo spazio sufficiente.

Mentre i possessori di fasce, si adoperano a disporsi nei loro settori, i portatori (fedeli dotati di forza fisica e di altrettanta fede) provvedono a prelevare le aste e ad acconciare il fercolo per la partenza.

La processione, aperta dalla Confraternita del Soccorso, segue un ordine prestabilito e consolidato nel corso dei secoli.

Il fercolo  di  “lu Signuri di li fasci”  inizia  la processione,  con una perfetta  sincronia dei fedeli  (circa cinquecento tra portatori e possessori di fasce)  che ne consentono il movimento.

Nel mentre dalla chiesa del Carmine a breve intervallo di tempo i portatori, conducono fuori dalla chiesa l’Urna e la predispongono per la processione.

L’Urna con il Cristo morto è opera del valente artigiano Filippo Panvini che la realizzò in stile baroccheggiante nel 1933.

Sul sagrato antistante  la chiesa  Madre viene portato dalle donne il fercolo dell’ Addolorata, che attenderà il passaggio degli altri due fercoli per accodarsi e chiudere la processione.

A Pietraperzia, il fercolo dell’Addolorata è portato a spalla dalle donne della Confraternita omonima.

La processione percorre via Barone Tortorici e via Garibaldi.

Un giro particolare è quello che da via Garibaldi immette in via Rosolino Pilo.

Con una precisione millimetrica la guida della vara deve calcolare l’angolo del giro per consentire una perfetta manovra, pena il sovraccarico sulle spalle dei portatori e l’aggrovigliarsi delle fasce, con conseguente instabilità del fercolo.

I rifacimenti urbanistici atti a consentire il perfetto svolgersi della processione sono stati notevoli.

Banchine tolte, piazzole create per l’occasione, fili elettrici dell’impianto d’illuminazione pubblica spostati per consentire il passaggio del fercolo.

Interventi che ai non Pietrini potrebbero apparire strani, ma “lu “Signuri di li fasci” assurge per gli abitanti di Pietraperzia a simbolo della comunità locale e principale momento di aggregazione collettiva.

Nella preparazione della processione, infatti, esiste un rituale preciso e rigoroso, ricco di simboli, di prescrizioni e di atti da cui nessuno può prescindere.

Le soste effettuate lungo il tragitto, normalmente ad ogni incrocio, consentono a chi non può uscire da casa di vedere il Cristo e soprattutto ai portatori una breve sosta.

portatori sono il motore e l’anima del fercolo. Sono essi, infatti, con la loro forza fisica e spirituale, ad assorbire il peso e le sollecitazioni della “vara”, ma ciascuno di essi porta il fercolo per devozione e voto e da questa fede trae la forza necessaria per portare a termine la processione.

Numerosi sono gli emigrati che ritornano per l’ occasione a Pietraperzia per adempiere al voto di portare “lu Signuri” e di attaccare la fascia.

La fascia, al di la del semplice fatto fisico dell’equilibrio del fercolo, ha un significato molto più profondo ed intrinseco.

Essa rappresenta, per il fedele Pietrino, una promessa, un voto, un legame con il passato e con i propri cari, che la realizzarono per devozione e che durante la loro vita la legarono ai piedi del Cristo, lasciandola in eredità ai loro familiari che, per rispettare un antico voto e per fede continuano ad attaccarla ancora oggi.

In alcune di esse vi è ricamato l’anno di realizzazione. Una delle più antiche porta inciso l’anno 1888.

Questa lunga striscia di lino bianco rappresenta un legame tra l’uomo terreno ed il Figlio di Dio morto in Croce per redimere gli uomini.

Ai piedi del Crocifisso – che da secoli protegge i Pietrini – la comunità di Pietraperzia si stringe nel giorno della commemorazione della Sua morte, unita simbolicamente a tutti gli emigrati sparsi per il mondo.

La processione ha radici molto antiche.

Già nel 1776 Fra Dionigi da Pietrapercia, storico locale che scrisse la storia della Madonna della Cava, ci dà notizia del Crocifisso scrivendo che “si gira per questa patria in processione”, nel giorno del Venerdì Santo.

Nell’anno 1904, durante la processione, la parte terminale della lunga Croce si spezzò scivolando sopra le fasce ma il Crocifisso fu prelevato da un sacerdote prima che raggiungesse il suolo.

La costernazione dei fedeli fu grande, ma la Confraternita non si perse d’animo ed immediatamente si adoperò affinché un nuovo fercolo fosse approntato per l’anno seguente.

Il valente falegname pietrino Vincenzo Marrocco ebbe l’incarico dal Governatore della Confraternita Filippo Di Gregorio di ricavare da un albero di cipresso – tagliato per l’occasione in contrada Don Cola – la nuova croce tuttora in uso.

Lo stesso Marrocco apportò alcune modifiche alla meccanica del fercolo predisponendo un cerchio diviso in due per consentire che al termine della processione, non appena vengono tolti le viti di tenuta, le fasce siano slegate in modo rapido.

Un analogo caso interruppe la processione del 1989. Quando il fercolo di “Lu Signuri di li fasci” stava per raggiungere la piazza antistante la Chiesa Madre si udì un scricchiolio.

La processione fu interrotta, mentre la “vara” veniva posta in maniera orizzontale per accertare la possibilità di riparare il danno. I tentativi furono vani poiché, i supporti matallici che avrebbero dovuto bloccare la vara nel momento dell’alzata, cedettero e il fercolo scivolò sulle braccia dei fedeli.

Grande fu la commozione degli astanti quando, non potendosi continuare la processione, il fercolo in posizione orizzontale fu riportato nella chiesa del Carmine.

Il Crocifisso che da secoli volge lo sguardo sofferente verso la comunità pietrina, permise anche questa volta di evitare pericoli maggiori.

Da via Rosolino Pilo, il corteo passando per via Umberto e via La Masa, raggiunge piazza Vittorio Emanuele, dove il fercolo assume tutta la sua maestosità.

Le fasce bianche danno la sensazione ai presenti di assistere ad un avvenimento eccezionale: la visione di una montagna alta ed innevata sulla quale è posto un Crocifisso che si muove.

Dopo la piazza Vittorio Emanuele la processione imbocca la via Di Blasi. Il fercolo del Cristo prosegue, mentre l’Addolorata e l’Urna cambiano itinerario, per giungere, al momento del giro al quadrivio della Santa Croce, alle spalle di esso.

Giunto all’incrocio tra via Della Pace e via Di Blasi, il fercolo di “lu Signuri di li fasci”, compie un giro su se stesso, con una manovra millimetrica, ruotando di 180 gradi.

Nel mentre giungono i due simulacri che seguiranno nuovamente “lu Signuri di li fasci”.

Attraversato nuovamente la piazza Vittorio Emanuele, la processione prosegue per via Barone Tortorici, giungendo nella piazza antistante la chiesa Madre.

Nel piazzale antistante la chiesa Madre si effettua una secondo giro di 180 gradi per consentire alla Croce di riacquistare la posizione di partenza. Deve essere, infatti, abbassata nella retrostante piazza Carmine, nella stessa posizione che aveva al momento dell’alzata e nel punto esatto predisposto per la “calata”.

Le fasce vengono allargate ed alzate e sotto di esse, per l’unica volta nel corso della processione, passano l’Urna che rientra nella chiesa del Carmine e l’Addolorata che rientra in chiesa Madre.

L’immagine della Madre che guarda in alto il Cristo in croce è veramente toccante.

Al segnale del confrate, in una sequenza rallentata, con le fasce tese nello sforzo di sostenere e di tirare per dare la giusta direzione, la Croce viene abbassata.

Quest’ultima fase provoca grande emozione nei presenti che nel silenzio assoluto, partecipano alla manovra.

Parecchie sono le mani che si protendono nell’atto di toccare il Cristo, ed appena la Croce viene deposta, grande è l’afflusso dei fedeli e dei portatori che vengono a rendere omaggio al Crocifisso che fino a qualche istante prima hanno portato sulle spalle.

Sul volto di tutti, che hanno visto la processione tante e tante volte, si continua a leggere stupore e commozione allo stesso tempo.

Al momento del passaggio della processione nelle strade, quasi sempre allo stesso orario, qualcuno degli emigrati residenti in America telefona per ascoltare il mormorio sommesso e la voce dei portatori che invocano “Pietà e Misericordia Signuri”.

Il legame alla secolare tradizione rimane forte anche se lontani nello spazio e nel tempo.

La processione, caratterizzata da una forte partecipazione popolare a testimonianza della fede e della devozione del popolo Pietrino al Cristo Crocifisso, ha termine poco dopo la mezzanotte, lasciando in tutti i partecipanti una grande stanchezza, alleviata dalla consapevolezza di avere adempiuto un rito   tramandato   da  secoli, di cui tutti i Pietrini sono detentori.

Narra una delicata leggenda popolare che durante la processione siano presenti le anime dei confrati defunti.

Testo di Giuseppe Maddalena